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Il futuro della professione forense: roseo o azzurro?

Siamo tutti consci come il Paese e l’avvocatura stiano attraversando un periodo depressivo e pure lungo. Quasi interminabile. Con un calo di benessere, reddituale, della fiducia e con una crisi sistemica ed esistenziale. I motivi son tanti. L’avvocatura ha saputo contribuire al proprio decadimento. Spesso la spinta depressiva è però giunta dall’esterno (finte liberalizzazioni, intento di invadere la nostra area professionale, specchietto per le allodole per non riformare la Giustizia etc.).

Cassa Forense tuttavia deve essere necessariamente ottimista, oltre che diligente nella gestione dei contributi incassati e nell’erogazione delle pensioni. Ottimista perché deve guardare ai prossimi decenni (oramai perlomeno 50 ai fini della sostenibilità) per contribuire attivamente (attraverso il welfare e le misure attribuite alla sua potestà) per migliorare le condizioni professionali, nell’intento di agevolare una ripresa reddituale (oramai incrinata da diversi anni) poiché ciò è condizione necessaria per preservare trattamenti pensionistici adeguati.
La recente conferenza di Rimini sulla nuova assistenza (il nuovo Regolamento dell’Assistenza entrerà in vigore il 1° gennaio 2016) ha avuto questo obiettivo: aprire una pagina nuova e nutrire di ottimismo il percorso futuro. Ponendo a disposizione dei colleghi più giovani e più svantaggiati (in tal senso welfare attivo) misure che consentano di ridurre un gap (o deficit) per migliorarne le condizioni professionali, cercando di guardare al futuro con più ottimismo. Dunque col nuovo Regolamento si avranno maggiori fondi, maggiori strumenti e una platea di beneficiari ben maggiore.
In tale direzione si è posto il rapporto Censis, anticipato nei suoi contenuti peculiari dal presidente Giuseppe De Rita appunto a Rimini, poi conclusosi il 15 ottobre con un campione assai rappresentativo di n. 7629 avvocati e che riporta i seguenti dati: avvocatura oramai divisa equamente nei numeri tra uomini e donne; passione per i contenuti alla base della scelta professionale per il 51,1% e voglia di autonomia per il 38,6%; specializzazione (di fatto) nel diritto civile per il 54,2%, 11,2% nel penale, 3,1% nell’amministrativo; fatturato ancora legato nel 66,6% ancora al contenzioso giudiziale (dunque 2/3); clientela del 53% composta da persone fisiche e per il 33,6% da PMI.

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