INTERVENTI

Verso le nuove parità

Poco tempo fa durante un convegno una delegata di Cassa Forense ha rivendicato con orgoglio di essere stata la prima donna eletta in 61 anni nel suo foro, nella specie pure richiamando la ricerca Censis del 2010 su donne e avvocatura dalla quale è emersa una marcata disparità reddituale tra colleghi uomini e colleghe donne. Al suo fianco, perplesso, avrei voluto argomentare più ampiamente cosa dovrebbero significare le “pari opportunità” nell’avvocatura, avendo fatto parte della Commissione P.O. nel quadriennio precedente. Provo a farlo ora.

Partiamo dalla fattispecie appena descritta. E’ indubbio come sia anomalo che in 61 anni il foro (importante) abbia espresso una sola delegata donna per ricoprire una veste istituzionale così apicale. Ma occorre comprendere le ragioni dell’accaduto (pur accettando che non siano condivise): in passato l’avvocatura è stata intrapresa soprattutto da uomini, mentre oggi le donne rappresentano circa il 50%; in passato la politica è stata vissuta più dagli uomini, oggi viene vissuta anche dalle donne. Tanto la scelta di fare l’avvocato quanto di svolgere politica forense sono appunto libere “scelte” dettate da una serie di circostanze (sociali, culturali, utilitaristiche, occasionali, passionali) e non certo il prodotto di discriminazioni. Perlomeno certamente non nell’avvocatura.
Partiamo dalla politica. Il sistema elettorale “forense” (per Cassa Forense ma non solo), - ancorché ben migliorabile verso sistemi di maggiore partecipazione e democrazia -, non discrimina (e ci mancherebbe altro) in base al sesso (né in base ad altre caratteristiche). Chi vuole, si chiama democrazia, si candida (in particolare per le elezioni degli Ordini e di Cassa Forense, in tal ultimo caso attraverso il voto di lista). Dunque chi ha impedito e chi impedisce oggi alle donne di candidarsi e di avere il consenso? Nessuno. Pertanto indurre a credere che ci siano poche donne nella politica forense a causa di fenomeni discriminatori è frutto di un errore.
Il meccanismo delle c.d. quote rosa (che pure ho sostenuto nel nuovo Regolamento elettorale adottato da Cassa Forense) deve essere inteso come una sorta di start up per consentire di riequilibrare (con una certa proporzionalità rispetto al numero degli uomini e delle donne togate) la giusta proporzione negli organi di rappresentanza della politica forense (istituzionale in primis).
Non possono essere intese invece come il diritto ad avere una “riserva” di genere. Non si possono imporre le donne in politica, né altrettanto può dirsi per gli uomini. Non può esistere il diritto di essere rappresentativi. Sarebbe aberrante. L’elettorato decida. Decida auspicabilmente in base a meriti, capacità, propositività. Non in base all’identità sessuale.

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