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Accertamento con adesione: la Cassazione si pronuncia sui maggiori contributi dovuti alle Casse Professionali

Una sentenza della Cassazione pone il problema della rilevanza del maggior reddito definito per il calcolo della pensione

Il tema dei risvolti contributivi dell’accertamento con adesione è tornato di attualità a seguito di una recente sentenza della Corte di Cassazione, la n. 5380 dello scorso 7 marzo.

In detta sede, i giudici, in breve, hanno sancito che l’accordo di adesione tra Fisco e contribuente (nella specie avvocato) non ha effetto sul versante contributivo, nel senso che il maggior reddito definito non vale ai fini del calcolo della pensione. Ai sensi dell’art. 2 comma 3 del DLgs. 218/97, l’accertamento con adesione non ha effetti extrafiscali, “fatta eccezione per i contributi previdenziali e assistenziali, la cui base imponibile è riconducibile a quella delle imposte sui redditi”. In tal caso, sui contributi dovuti non si applicano sanzioni e interessi. La norma opera anche in tema di acquiescenza, nonché per la mediazione fiscale, visto che l’art. 17-bis del DLgs. 546/92 contiene una disposizione simile.

Tale norma, però, secondo la Cassazione, trova dei limiti per la Cassa forense, nonostante la base imponibile contributiva sia la stessa delle imposte sui redditi (infatti, in applicazione della normativa previdenziale forense, in sede di compilazione del modello 5 si indicano i dati derivanti dal modello REDDITI). In breve, per la Cassazione prevalgono le norme previdenziali di categoria, in special modo l’art. 17 della L. 576 del 1980, che obbliga a comunicare periodicamente alla Cassa forense gli imponibili fiscali, inclusi quelli che emergono a seguito di accertamenti definitivi. Poi, però, ai fini del calcolo della pensione, ai sensi dell’art. 2 della citata legge 576/1980, vale il reddito “dichiarato” dal contribuente, e tale non è quello determinato in sede di accertamento con adesione; “ciò che rileva è il reddito professionale effettivo e non quello fittizio, come è quello conseguente alla definizione della vertenza con adesione”. Le affermazioni dei giudici si prestano però a critiche. Per prima cosa, il DLgs. 218/97 è successivo alla legge forense, che non disciplina nello specifico la questione: l’art. 2 comma 3 del DLgs. 218/97 sembra infatti una norma abbastanza chiara. Oltre a ciò, è davvero arduo affermare che il reddito determinato tramite adesione è fittizio, semmai, visto che c’è stato l’accertamento, ad essere fittizio è quello dichiarato, dovendosi presumere che gli uffici finanziari abbiano realmente accertato l’effettivo imponibile, e non il contrario, come sembra ritenere la Cassazione. Il discorso, invece, potrebbe valere ove si trattasse di reddito definito mediante legge di condono, in cui il contribuente non accetta alcunché, ma definisce la vertenza in ragione della legge di condono, che, eccezionalmente, consente di fruire di ingenti sconti, d’imposta o solo di sanzioni.

Disciplina sull’adesione “disapplicata”

Ai sensi dell’art. 9 del DLgs. 218/97, per il perfezionamento dell’accertamento con adesione occorre pagare anche la quota di maggiori contributi, sulla quale non maturano, però, sanzioni e interessi. Al riguardo, la Cassazione sembra confermare l’obbligo di pagamento dei contributi a seguito di adesione, dunque il contribuente dovrebbe (per perfezionare l’adesione) corrispondere i maggiori contributi sul reddito definito, ma non può beneficiare di tale maggior reddito ai fini della determinazione del trattamento pensionistico. La questione è della massima importanza, siccome altre leggi previdenziali, come ad esempio quella per i dottori commercialisti, sono strutturate in modo simile alla legge previdenziale forense. Si spera dunque che la giurisprudenza possa nuovamente tornare sulla questione.

Avv. Alfio Cissello e Dott. Massimo Negro

Articolo  tratto dal quotidiano on line eutekne.info

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