RASSEGNA STAMPA

Avvocati, repetita (non) iuvant

È legittima la condanna per abuso del diritto di quell' avvocato che propone in sede di legittimità gli stessi motivi già confutati in sede di merito e ciò perché ha violato l' obbligo di diligenza espressamente previsto dal codice deontologico: lo ha chiarito la Corte di cassazione nell' ordinanza numero 6854 del 2018.

Secondo i giudici della III sezione civile «costituisce abuso del diritto all' impugnazione, integrante "colpa grave", la proposizione di un ricorso per cassazione fondato su motivi manifestamente infondati o inammissibili, o perché ripetitivi di quanto già confutato dal giudice d' appello, o perché assolutamente irrilevanti, o assolutamente generici, o perché, comunque, non rapportati all' effettivo contenuto della sentenza impugnata»: in tali casi, spiegano, il ricorso per cassazione integrerebbe un ingiustificato aggravamento del sistema giurisdizionale. E ciò in riferimento alle condotte di quanti, abusando del proprio diritto di azione e di difesa, si servono dello strumento processuale a fini dilatori.

Il caso di specie sottoposto all' attenzione della Corte aveva ad oggetto il ricorso di un legale che si era costituito in giudizio quale distrattario proponendo un atto di intervento in sede di opposizione a precetto e non potendolo tuttavia fare stante il divieto di cui all' art. 81 c.p.c.; sia in primo che secondo grado il collegio giudicante aveva rigettato la domanda. Dello stesso avviso è stato anche quello di legittimità a parere del quale nel caso in esame il grado minimo di diligenza doveva ritenersi «senz' altro violato», essendo state reiterate tesi giuridiche già reputate infondate dal giudice di merito; formulati motivi manifestamente infondati o palesemente inammissibili perché non consentiti dalla legge e tali da sottoporre questioni di fatto che non potevano trovare ingresso in sede di legittimità; essendo state per di più trascurate le ragioni, ampiamente argomentate, che la corte territoriale aveva posto a giustificazione della propria decisione e, addirittura, proposte «censure del tutto avulse dalla logica impugnata». Così argomentando i giudici hanno, quindi, rigettato il ricorso e condannato il ricorrente alle spese processuali.

Da Italia Oggi del 03/04/2018

Informazioni aggiuntive