INTERVENTI

“ Area grigia” e intervento penale quale riforma tra esigenze di prevenzione ed esigenze di garanzia

Si è riaperto in questi giorni il dibattito sull’opportunità di ridelineare il quadro normativo relativo alla dimensione associativa, anche mediante l’introduzione di nuovi modelli di reato che siano diretti a prevenire e reprimere fenomeni criminosi significativamente lesivi del bene dell’ordine pubblico, inteso in tutte le sue declinazioni, riguardanti l’assetto istituzionale e politico, quello amministrativo, quello economico/finanziario e quello sociale nelle sue molteplici articolazioni.

Il tema su cui, forse, maggiormente si è focalizzata l’attenzione è costituito dalla verifica dell’adeguatezza o meno del modello del concorso esterno in associazione mafiosa a disciplinare l’area della “contiguità”, selezionando le condotte meritevoli e bisognose di pena. Studi socio-criminali hanno individuato settori e condotte che richiedono particolare attenzione sotto il profilo politico criminale e, quindi, sotto il profilo della necessità di un intervento legislativo diretto ad una puntuale regolamentazione di tali settori e alla punizione dei comportamenti devianti. Occorre ora chiedersi se e in che misura i risultati di tali studi debbano tradursi in nuove previsioni normative adeguate a contrastare fenomeni criminali mafiosi colti nella loro evoluzione. Ciò è tanto più necessario e urgente in quanto i confini incerti del concorso esterno in associazione mafiosa, anche a seguito della nota sentenza della Corte EDU del 14-4-2015 (C. c. Italia), incidono non soltanto sui profili di garanzia, ma anche su quelli di prevenzione generale e speciale. Quanto più è definita la condotta vietata, tanto più la norma che la prevede ha capacità di determinare i comportamenti dei destinatari. Nella prospettiva di un innalzamento sia delle esigenze di garanzia, sia di quelle di prevenzione generale e speciale, andrebbe meglio delineato il quadro delle condotte di fiancheggiamento dell'associazione e di concorso nell'attuazione dei suoi fini; con conseguente riduzione degli spazi di “flessibilizzazione applicativa”. La giurisprudenza ha adottato il criterio del contributo alla conservazione o al rafforzamento dell'associazione, da accertarsi ex post. Se ci si vuole mantenere nell'alveo di tale criterio, lo si potrebbe sviluppare in sede di riforma selezionando più puntualmente la condotta vietata, attraverso la specificazione dei suoi requisiti costitutivi, e confermando, comunque, la necessità che essa integri un contributo, da valutarsi ex post, alla conservazione o al rafforzamento dell'associazione. Si potrebbe, a tale scopo, prevedere la punibilità del concorrente esterno soltanto qualora egli abbia cooperato in un'attività costituente forma di manifestazione dell'associazione o, comunque, ad essa riconducibile mediante il consapevole aiuto o la consapevole assistenza ad uno degli associati, nella realizzazione di tale attività. Cooperazione che deve consistere in un apporto, materiale o morale, non facilmente fungibile del concorrente. Come ipotesi speciale più grave, si potrebbero introdurre, per i soggetti che svolgono attività pubbliche o determinate attività private, fattispecie incriminatrici diversificate, strutturate come reati propri per ciascuna categoria professionale, economico-imprenditoriale o attinente a pubbliche funzioni. Le condotte vietate potrebbero consistere nell'uso distorto dei poteri o delle facoltà attribuiti a ciascuna categoria (innanzitutto, attraverso la violazione degli obblighi e dei doveri connessi al loro esercizio), con agevolazione di un'associazione mafiosa e conseguimento di un ingiusto vantaggio, anche non patrimoniale, dell'agente o di altri. Una precisa definizione delle condotte vietate risponderebbe, anche, ad una esigenza di categorie professionali come quella degli avvocati, in quanto un modello meramente causale (pur se limitato, nella sua espansione, dalle norme di cui agli artt. 24, co. 2, Cost. e 51 c.p.) rende, a volte, difficile valutare ex ante quali comportamenti siano giuridicamente legittimi. A chiusura di un'eventuale riforma, e nel quadro sopra delineato,si potrebbe affrontare il tema delle condotte neutre di sostegno alle organizzazioni criminali. Si pensi all'ipotesi del direttore di banca che, nel rispetto delle regole statutarie previste per l'erogazione del credito, finanzi un gruppo mafioso. Una soluzione potrebbe consistere nel prevedere espressamente la punibilità di tali condotte qualora vi sia violazione dolosa o colposa di una regola cautelare (da descrivere puntualmente) che imponga al soggetto di verificare che la sua attività, anche se realizzata col rispetto delle norme previste per il suo esercizio, non possa risolversi, comunque, in un sostegno ad una organizzazione criminale.

Avv. Antonio Mazzone - Foro di Locri

Avv. Giorgio Pighi - Docente di Diritto Penale nell’Università di Modena e Reggio Emilia

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