RASSEGNA STAMPA

Se gli studi legali cambiano pelle

Non è il mondo. Ma è certo un mondo. Quello dei servizi legali di punta raccontato nei dieci anni che hanno cambiato e stanno ancora cambiando la professione dell' avvocato d' affari. Su di loro si concentra il libro di Nicola Di Molfetta «Avvocati d' affari - Segreti, storie, protagonisti» (Lc editore, pagg. 304, 29), che fa luce su quanto sta avvenendo non solo nelle stanze felpate dei grandi studi, ma, attraverso la parte per il tutto, anche nell' intero comparto delle professioni.

Con un effetto straniamento tanto più robusto per il cronista. Perché è inevitabile mettere a confronto quella che lo stesso autore non teme di qualificare come una «minoranza dorata», circa 20mila professionisti che, solo con riferimento alla fascia più alta muove oltre 2 miliardi di fatturato ogni anno, con la maggioranza dell' avvocatura (circa 250mila iscritti all' Albo). Una maggioranza che, in queste settimane, plaude con convinzione all' inserimento nella manovra finanziaria delle norme sull' equo compenso, norme cioè che ambiscono a tutelare il legale (tutti i professionisti in realtà) nel rapporto con i clienti forti, banche e imprese, ma anche pubblica amministrazione. Facendo cancellare dal giudice come vessatorie le clausole più penalizzanti e mettendo nelle mani dell' autorità giudiziaria la successiva determinazione del compenso. In realtà la crisi economica non ha certo risparmiato i grandi studi d' affari che si sono visti costretti a cambiare pelle. Non è più certo il tempo delle privatizzazioni in serie o delle quotazioni a raffica o delle grandi operazioni societarie. La recessione dell' economia ha preso d' infilata gli studi e ha provocato un vero e proprio «crepuscolo degli dei». Dove, lo scrive Di Molfetta, a recitare la parte delle divinità cadute sono stati proprio gli avvocati che da interpreti del diritto, con tratti anche di genialità, sono stati ricondotti al ruolo di fornitori di servizi legali. E, il libro lo ricostruisce con puntualità, nel mercato è stata sempre più la domanda ad assumere centralità. Con l' immediata conseguenza di una corsa al ribasso dei costi dell' offerta, parcelle più magre e competizione spietata sulle fee. Il settore però, almeno questo settore, ha reagito con vitalità, da una parte accentuando un processo già in atto che ha visto via via tramontare quell' individualismo forense, sintetizzato in alcuni grandi nomi del diritto, tra teoria e prassi (da Guido Rossi a Franzo Grande Stevens a Natalino Irti), e assumere fisonomia precisa una vera e propria industria della consulenza legale; dall' altra ha spinto a una competizione chi non intendeva rimanere indietro ed essere condannato a un ruolo di retroguardia oppure di colonizzato da parte di grandi law firm straniere. Di qui una strategia di espansione che, sia pure obbligata, vede sempre più gli studi legali tricolori protagonisti su piazze difficili come Londra o Bruxelles, ma anche saldamente in campo nell' aggredire i mercati emergenti, dove a spiccare è senza dubbio l' Asia. Nel libro si dipanano le storie di tanti studi e professionisti, il lettore troverà pressoché tutti i principali, con ampio spazio per la cronaca e per fenomeni nuovi, come i ricorrenti "cambi di casacca". Nel 2007, il mercato contava già oltre 5mila professionisti in forza ai primi cento studi legali d' affari attivi in Italia. Ma 10 anni più tardi, sono più di 6mila quelli attivi solo nelle prime 50 associazioni professionali impegnate in questo settore. Nello stesso arco di tempo, sono stati all' incirca 700 i soci di questi studi che hanno cambiato casacca, sdoganando di fatto il fenomeno dei "divorzi professionali" un tempo considerati motivo di scandalo all' interno del ceto forense e rendendolo, a lungo andare, una consuetudine. Solo negli ultimi cinque anni del decennio che stiamo osservando, ossia tra il 2012 e il 2016, si stima che questi passaggi laterali abbiano spostato oltre 400 milioni di fatturato. Grande effervescenza dunque e difficoltà a individuare un unico modello di studio professionale, quando poi è alle viste, dopo la legge sulla concorrenza, anche un cauto ingresso del socio di capitale. Il libro fa cadere molti veli e traccia l' identikit di quello che resta alla fine ancora uno sconosciuto (perché, giustamente si chiede Di Molfetta, cosa sia una banca lo sanno tutti, ma un avvocato d' affari?): ancora nel 2015 il 44% delle imprese con fatturato superiore ai 50 milioni, non utilizzava un legale, a nessun titolo, neppure di giurista d' impresa.

Da il Sole 24 Ore del 12/12/2017

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