RASSEGNA STAMPA

Pensioni, cause in salvo

Salve le cause sulle pensioni, anche se nel ricorso non è indicato il valore pecuniario della causa. Il processo va avanti lo stesso. Viola la Costituzione l' articolo 152 delle disposizioni di attuazione del codice di procedura civile, che blocca, con l' inammissibilità, i ricorsi in materia di previdenza, che non contengono la dichiarazione della cifra corrispondente a quanto l' interessato chiede di ottenere da un ente previdenziale. È quanto deciso dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 241, depositata ieri 20 novembre 2017.

L' effetto è di eliminare un cavillo giuridico nelle controversie previdenziali. Un cavillo che fa a pugni con il diritto di difesa. Ma passiamo ad illustrare il contenuto della sentenza, che ha effetti su un contenzioso molto diffuso, caratterizzato addirittura da una vasta serialità. La vicenda parte da Torino e, in particolare, da un procedimento in cui sono contrapposti l' Inps e un minore (rappresentato dalla mamma) a proposito della pensione di reversibilità spettante a quest' ultimo a seguito del decesso del nonno materno. In realtà nel merito si discuteva proprio del diritto del minore alla pensione, dal momento che i suoi genitori non erano privi di reddito. Il problema, però, su cui ci si è concentrati è stato, in realtà, di procedura. Stando all' articolo 152 delle disposizioni di attuazione del codice di procedura civile, nelle cause previdenziali nel ricorso di deve scrivere il valore della causa, che deve essere indicato esattamente in un valore specifico (da riportare nelle conclusioni del ricorso). Altrimenti il ricorso non può essere valutato nel merito, perché inammissibile: in sostanza è un nulla di fatto e si deve ricominciare da capo. La corte di appello di Torino si è chiesta se questa conseguenza sia compatibile con le norme costituzionali. La conclusione è stata una sonora bocciatura della norma. La Consulta smentisce anche il Consiglio dei ministri, che aveva difeso l' articolo 152 in relazione ad altra prescrizione contenuta nello stesso. L' articolo 152, infatti, obbliga il giudice a non determinare le spese, messe in conto a chi perde, in un importo superiore al valore della prestazione dedotta in giudizio. Quindi, ha sostenuto l' avvocatura dello stato, il giudice deve poter sapere il valore della causa per calmierare la condanna alle spese di soccombenza. La sentenza in esame fa piazza pulita di questo ragionamento. L ' inammissibilità dell' azione è una penalizzazione irragionevole e sproporzionata, che punisce violazioni marginali di rilevanza meramente formale. La Consulta non svaluta lo scopo di disincentivare l' utilizzo abusivo delle liti seriali, se avviate per lucrare sulle spese di lite, anche quando il valore della causa è infimo. E si stigmatizzano fenomeni elusivi a tentata copertura di richieste pretestuose. La corte costituzionale condivide anche l' intento di combattere le bagatelle. Ma non bisogna esagerare. Per arginare fenomeni elusivi ed abusi, si legge nella sentenza, basta la norma che stabilisce la soglia delle spese legali (misura non superiore al valore della prestazione dedotta in giudizio). E alla fine del processo, il giudice sa quanto vale la causa, indipendentemente da quanto dichiarato nel ricorso originario. Il legislatore, invece, ha arbitrariamente esagerato quando, per bloccare la speculazione, ha sbarrato la porta del giudice alle persone che esercitano il proprio diritto. Insomma le conseguenze sfavorevoli derivanti dall' inammissibilità dell' azione non sono adeguatamente bilanciate dall' interesse ad evitare l' abuso del processo, che è già efficacemente realizzato dal tetto delle spese liquidabili dal giudice. Quindi il processo va avanti e il giudice riconoscerà spese legali nei limiti della somma dallo stesso giudice accertata.

Da Italia Oggi del 21/11/2017

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