INTERVENTI

Il “Bando Catanzaro” è una slavina sulle comunità: un grave errore politico dell’amministrazione

Se alla vicenda del Comune di Catanzaro, che ha bandito una gara d’appalto per il nuovo Piano regolatore a base d’asta un euro, seguiamo la traccia dell’amministrazione locale, che ha motivato l’interesse pubblico con il bandolo del contenimento della spesa, la misura potrebbe non fare una grinza.

Tale è la forma cucita dalla sentenza del Consiglio di Stato. Quello che resta scoperto dal bando e probabilmente dal riesame invocato a furore del popolo dell’Ordine degli Architetti, magari “squattrinati” ma onesti, è una considerazione che pone un interrogativo ingombrante su cosa significa trasparenza nelle PP.AA. Ora, senza contraddire il giudizio formulato dall’organo dello Stato, supremo in materia amministrativa, spinto sulla priorità di tipo economico finanziario, che ci sembra persino scontato, il dubbio e le perplessità insistono sulla totale assenza di pensiero per l’ordine costituzionale del concetto di “retribuzione” e lo svuotamento di senso del principio di trasparenza della P.A. da parte dell’amministrazione che ha bandito condizioni di gara così al ribasso. Qualcuno ha fatto una valutazione sui potenziali rischi di corruzione rispetto a una prestazione d’opera in cui l’apporto professionale cui il Comune mira è, verosimilmente, quello del “caval donato” a cui si sceglie di “non guardare in bocca”? Questo “fatto”, attualmente non misurabile e che, nell’ambito di un piano strutturale, avrà ricadute tangibili purtroppo solo “dopo” l’adozione definitiva e la sua attuazione, rischia di mettere in capo alla comunità molto più di un costo ragionevole. Ricorrere a professionisti di comprovata ricerca di “visibilità” e “guadagno alternativo” significa assumere un debito sulla comunità locale. Un debito non “quantificato”, che manda in frantumi il valore della trasparenza e ammicca alla “reputazione” professionale attraverso il binario pericoloso del “millantato credito”. Se i Padri costituenti avessero avuto in mente che l’idea del lavoro sarebbe diventata quella delineata nel bando sfornato dal Comune di Catanzaro, non avrebbero certo postulato la dignità della Repubblica nei termini indicati all’art. 1 della Costituzione. Né avrebbero avuto cura di precisare, all’art. 36, che la retribuzione è un diritto, volto ad “assicurare a sé ed alla famiglia una esistenza libera e dignitosa”, ed è la misura che rende possibile all’individuo e alla società di concorrere al benessere della Nazione. Una interpretazione relativista dei diritti e assolutista del principio di finanza pubblica ci richiama una situazione che si addice a queste parole “la dignità dell’uomo è, per sua natura, intangibile, ma ovunque è calpestata”. Per evitare che la discussione sul bando Catanzaro si trasformi in una schermaglia senza risultato sarebbe necessario impedire la discrezionalità delle amministrazioni locali e accelerare l’iter di discussione del ddl n. 2858 ("Disposizioni in materia di equità del compenso e responsabilità professionale delle professioni regolamentate"), volto ad assicurare che i compensi per le prestazioni professionali siano realmente commisurati all’attività svolta; una retribuzione equa a chi ne ha titolo non può restituire un’idea di diritti a geografia variabile. Ne è convinta anche la Commissione del Senato “Politiche dell'Unione europea” dove il ddl è stato discusso lo scorso 18 ottobre. La trovata dell’Ufficio Tecnico di Catanzaro non ha nessun respiro europeo. Potrà essere un caso, ma pratiche analoghe sono state esperite solo al Sud e mai si erano spinte fino a cotanta sfera, quella Urbanistica, così nevralgica per i diritti edificatori e le funzioni che mira a regolare. Stupisce il totale disinteresse dell’Amministrazione nei confronti dei cittadini di Catanzaro, forse ritenuti di serie B, non degni dunque di poter usufruire di scelte strategiche e, dunque, di opere pubbliche di qualità. Ma la qualità ha un costo, che non può essere quantificato in “un euro” anche in considerazione del plus valore in grado di generare. Ciò vale sempre, per tutte le professioni intellettuali, a maggior ragione quando si tratta di ridisegnare una città, renderla più vivibile, attrattiva, desiderabile, un luogo ove vivere, lavorare, formarsi, un luogo produttivo ed attrattivo di investimenti. Ma davvero il sindaco e i cittadini di Catanzaro pensano che la ricerca di professionisti disposti a lavorare senza una retribuzione sia una condizione così benigna? A chi giova restringere le aspettative legittime di equo compenso e lasciare che le professioni al servizio delle amministrazioni siano giocoforza subordinate alle leggi di un non meglio precisato mercato che, nella fattispecie, risulta da sempre animato da interessi localistici? Cui prodest? Per il 30 novembre prossimo, a Roma, la Rete dei professionisti tecnici e il Comitato unitario delle professioni hanno organizzato una manifestazione «a sostegno della dignità dei professionisti italiani». E’ interesse di tutti i cittadini che sia approvata una legge, per dare una risposta di legalità “unica e indivisibile”, i professionisti italiani servono il Paese, servono al Paese. Troppo facile lamentare la “fuga dei cervelli” dal Sud o dall’Italia se poi li vogliamo tenere a lavorare gratis o ad un solo euro, come vorrebbe fare l’amministrazione comunale di Catanzaro…

Dott.ssa Teresa Benincasa

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