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Siamo telematici … o caporali?

Nei Tribunali dal 30 giugno 2014 vi è l’obbligo del deposito telematico del ricorso per decreto ingiuntivo, nonché degli atti processuali e dei documenti dei difensori delle parti precedentemente costituite (art. 16-bis, co. 4 D.L. n. 179/2012). Dal 30 giugno 2015 tale obbligo è stato esteso alle Corti d’Appello. In tale contesto, la recente ordinanza n. 22320 del 25.09.2017, emessa dalla Sesta Sezione della Suprema Corte, oltre costituire un “richiamo” per gli avvocati, impone una riflessione in ordine alla fruibilità del processo telematico e delle avversioni ad esso opposte da più parti degli operatori del diritto, anche a fronte di una ormai necessaria, auspicabile ed inarrestabile sviluppo del processo, non solo civile, verso la telematizzazione.

I vantaggi di tale nuova forma di interloquire con gli uffici sono sotto gli occhi di tutti e sul punto non si può non convenire. Eppure molti operatori del diritto si ostinano a non adeguarsi ai tempi. Ed allora va affermato con forza come sia impensabile per l’avvocato sottrarsi all’obbligo di dotarsi della strumentazione necessaria per gestire la trasmissione informatica degli atti e, nella specie, dotarsi di mezzi di decodifica e lettura degli atti e documenti informatici che gli vengono notificati o comunicati, anche se sono firmati digitalmente tramite il sistema CAdES (file con estensione p7m). In al senso l’ordinanza in oggetto, con la quale la Sesta Sezione della Suprema Corte ha respinto il ricorso di un avvocato, destinatario di una notifica telematica, che chiedeva di essere sollevato dalla responsabilità per non essersi dotato degli strumenti o programmi idonei a leggere documenti sottoscritti con la firma CAdES. Il ricorrente, a tal fine, ha prospettato la disparità di trattamento delle notifiche telematiche rispetto alle notifiche cartacee, che assicurerebbero la pienezza della conoscenza dell’atto senza alcuna necessità di munirsi di specifici programmi di decodifica, invece necessari per la notifica telematica. Il ricorrente, al riguardo, ha negato l’esistenza di un obbligo normativo che imponga al destinatario dell’atto di fornirsi di uno specifico programma di lettura di file con estensione “.p7m”, sostenendo che ciò comporterebbe un onere specifico e diverso dalla notifiche cartacee, con conseguente violazione degli artt. 3 e 24 della Costituzione. Sul punto l’ordinanza emessa dalla Suprema Corte, ha il pregio della chiarezza: data l’approvazione del processo telematico, l’avvocato deve munirsi dei minimali strumenti informatici richiesti dal sistema normativo, anche secondario, per leggere le notifiche delle controparti o le notifiche e/o comunicazioni della cancelleria eseguite con la posta elettronica certificata.

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