DIRITTO E PREVIDENZA

Deducibilità ai fini fiscali dei contributi previdenziali

 

L’articolo 10, comma 1, lettera e), del D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917, prevede per i lavoratori liberi professionisti, iscritti alle casse di previdenza e assistenza di categoria, la deducibilità integrale dal reddito complessivo ai fini IRPEF dei “contributi previdenziali ed assistenziali versati in ottemperanza a disposizioni di legge, nonché quelli versati facoltativamente alla gestione della forma pensionistica obbligatoria di appartenenza, ivi compresi quelli per la ricongiunzione di periodo assicurativi”.

Inoltre, l’articolo 50, comma 1, del summenzionato D.P.R. n. 917/1986, stabilisce che il reddito relativo alle libere professioni è costituito dalla differenza tra l’ammontare dei compensi percepiti e quello delle spese sostenute nel periodo di imposta nell’esercizio della professione. In merito ai contributi soggettivi erogati alla Cassa di previdenza ed assistenza di categoria da parte dei liberi professionisti, questi costituiscono un onere dovuto a posteriori e, quindi, una conseguenza del reddito prodotto e non già una spesa necessaria per la produzione del reddito che come tale è deducibile ai sensi dell’art. 50 del sopra citato Decreto del Presidente della Repubblica; sul punto, l’Agenzia delle Entrate con la risoluzione n. 79/E del 2002, ha chiarito che i contributi non possano essere considerati quali oneri sostenuti in connessione con l’esercizio professionale, dal momento che sono versati a garanzia di una posizione pensionistica ed assistenziale essendo collegati solo alla sfera personale del professionista. A conferma di tale tesi, la Commissione Tributaria Regionale della Puglia, con la recentissima sentenza n. 661/7 del 2017, ha affermato, in merito al contributo obbligatoriamente versato dai notai al proprio ente previdenziale per gli atti soggetti ad annotazione nei repertori ed in proporzione agli onorari percepiti che rivestono natura previdenziale ed assistenziale, che essi “tendono ad assicurare al professionista il diritto alla pensione e ad una assistenza socio-sanitaria in occasione di malattia e/o infortuni” e che, se tale è la natura del suddetto contributo, è, ovviamente, “avulso dal processo produttivo in senso proprio, non potendosi configurare un rapporto di causa ed effetto tra due diverse e autonome sfere di operatività”. Inoltre, ha chiarito che “solo i costi sostenuti in funzione della produzione, ovvero le spese inerenti alla produzione del reddito professionale, possono essere dedotti dal reddito di lavoro autonomo ai sensi dell’art. 54 del TUIR e, per l’effetto, tale articolo, nel determinare il reddito di lavoro autonomo, “nulla dice in ordine alla possibilità di dedurre siffatto contributo dai compensi percepiti; al contrario dell’articolo 10 dello stesso TUIR che espressamente ne prevede la deducibilità dal reddito complessivo”. Di diverso orientamento è stata la Commissione Tributaria Provinciale di Vicenza che, nella sentenza n. 222 del 2017, ha affermato che il contributo repertoriale dovuto alla Cassa Nazionale del Notariato è un componente negativo deducibile dal reddito professionale, richiamando, inoltre, precedenti sentenze della Suprema Corte che, con riferimento a vicende che avevano coinvolto notai e la corresponsione dei contributi previdenziali al relativo ente di previdenza, hanno affermato che detti contributi non sono deducibili dal reddito complessivo, ma solo dal reddito di lavoro autonomo, ritenendo gli stessi inerenti all’esercizio dell’arte o della professione, in quanto “immediata derivazione del reddito prodotto” (Cass., Sez. Tributaria, 26 febbraio 2001, sent. n. 2781; Cass., Sez. Tributaria, 12 marzo 2001, n. 3595 e 3596, Cass., Sez. Tributaria, 27 gennaio 2009, ord. n. 1939).

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