DIRITTO E PREVIDENZA

Ancora la Suprema Corte sulla restituzione dei contributi: è la parola fine?

La sentenza della Corte di Cassazione n. 19981/2017 – che ha confermato la legittimità dell’abrogazione dell’istituto giuridico della restituzione dei contributi versati - si pone nel solco di quell’orientamento giurisprudenziale oramai consolidato e, a livello di giurisprudenza di legittimità e costituzionale, univoco, che ha affermato più volte, soprattutto negli ultimi tempi (si veda Corte Costituzionale, ordinanza n. 254/2016 e sentenza n. 7/2017; Consiglio di Stato, sentenza n. 4882/2014), l’autonomia della Cassa e, in generale, degli enti previdenziali privatizzati, in conformità al disegno originario del legislatore, allorquando, agli inizi degli anni ‘90, con la legge-delega n. 537/1993 e con il successivo decreto legislativo n. 509/1994, si è avviato un processo di “disimpegno” della mano pubblica nel modello di gestione della previdenza dei liberi professionisti, quest’ultima sempre più caratterizzata dall’autonomia che rappresenta e costituisce un corollario fondamentale dell’indipendenza nell’esercizio dell’attività professionale, quale salvaguardia dei principi cardine della nostra Costituzione repubblicana.

La Suprema Corte, infatti, con la citata sentenza n. 19981/2017 del 10 agosto 2017, è stata chiamata ancora una volta a pronunciarsi sul ricorso promosso da un iscritto che lamentava la presunta illegittimità dell’art. 4 del Regolamento Generale della Cassa, che, come è noto, ha introdotto l’istituto della pensione contributiva, sostituendo pertanto – tramite l’uso della delegificazione - il preesistente istituto della restituzione dei contributi, originariamente previsto dall’art. 21 della legge n. 576/1980, affermando il principio di autodichia che caratterizza l’ordinamento previdenziale forense e, per l’effetto, la legittimità della normativa contestata. Invero, la Corte di Cassazione – richiamando i propri due precedenti in materia, ossia la sentenza n. 24202 del 2009 e la sentenza n. 12209 del 2011 – ribadisce e conferma la possibilità per gli Enti previdenziali privatizzati, in virtù della loro autonomia, di derogare e finanche di abrogare disposizioni di legge, fermo restando il fine di perseguire l’equilibrio di bilancio e la stabilità della gestione – che costituiscono requisiti del sistema previdenziale forense nel suo complesso - e nel rispetto dei tipi di provvedimenti che tali Enti possono adottare, così come previsti dall’art. 3, comma 9, della legge n. 335/1995 e del fondamentale principio del pro-rata. Dunque, l’abrogazione della previsione legislativa della restituzione dei contributi da parte della norma regolamentare, non solo è legittima, in quanto rispettosa dei limiti suddetti, ma è anche la logica conseguenza della previsione regolamentare in questione. Per di più, afferma la Corte, l’introduzione dell’art. 4 del Regolamento Generale della Cassa non lede affatto diritti quesiti: se è vero che la restituzione dei contributi è stata abrogata, essa è stata sostituita con il nuovo e diverso diritto al trattamento pensionistico con modalità di calcolo di tipo contributivo. Non vi è, inoltre, lesione del principio suddetto, in quanto l’iscritto ha la facoltà di continuare a versare i contributi sino alla maturazione del trattamento pensionistico di tipo retributivo. Ancora, non si realizza alcuna lesione dei diritti quesiti, in quanto ciò “presuppone la loro maturazione, prima del provvedimento ablativo” (in tal senso la Suprema Corte richiama, ex multis, la sentenza della Corte Costituzionale n. 446/2002), né peraltro è ravvisabile la lesione di legittime aspettative o dell’affidamento nella certezza del diritto e nella sicurezza giuridica, che sono costituzionalmente garantiti in prossimità della loro maturazione (ex multis, Corte Costituzionale n. 525/2000).

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