DIRITTO E PREVIDENZA

La Cassazione e il concetto di attività professionale

La Corte di Cassazione, con due recenti pronunce (n. 11161/17 e n. 10437/17), ha affrontato il tema dell’obbligo contributivo relativamente a tutti quei tipi di attività svolte da professionisti (nelle due fattispecie, rispettivamente ingegnere e avvocato) che, pur non essendo espressamente ricomprese tra le attività professionali tipiche, tuttavia sono ad esse riconducibili, in tal modo inserendosi nel solco della giurisprudenza di legittimità che si era già espressa in questo senso (cfr. Cass., nn. 8835/2011 e 15816/2000), peraltro in linea con la ratio della riforma del sistema previdenziale obbligatorio e complementare attuato con la L. 335/1995, che è quella di far sì che ogni attività, anche se residuale, abbia una copertura assicurativa, nel rispetto delle peculiarità delle attività e degli organismi assicurativi. Ebbene, detta giurisprudenza si è espressa chiaramente – in merito alla professione forense - nel senso dell’interpretazione del concetto di professione non limitata alla sola attività di patrocinio in giudizio, ma estesa agli svariati campi di assistenza e consulenza, nonché a qualsivoglia attività che il professionista, in virtù delle sue competenze, possa offrire al proprio assistito.

E ciò in quanto le cognizioni tecnico-giuridiche dell’avvocato costituiscono quel “quid” che gli permette di espletare attività non sempre – ed erroneamente – ritenute attività forensi. Difatti, come aveva già rilevato la Suprema Corte, ”è la oggettiva riconducibilità alla professione dell’attività in concreto svolta dal professionista – ancorché questa non sia riservata per legge alla professione medesima e sia, quindi, altrimenti esercitabile – a comportare l’inclusione dei relativi compensi tra i corrispettivi che concorrono a formare la base di calcolo del contributo soggettivo obbligatorio e del contributo integrativo dovuti alle Casse di previdenza; con la precisazione che, a tal fine, rileva anche la circostanza che la competenza e le specifiche cognizioni tecniche di cui dispone il professionista influiscano sull’esercizio dell’attività in parola, nel senso che le prestazioni siano da ritenere rese (anche) grazie all’impiego di esse” (Cass., n. 14684/2012). Parimenti, era già stato affermato che il reddito professionale ed il volume d’affari, ai quali sono collegati i contributi da versare alla Cassa Forense, debbono essere frutto dell’attività professionale dell’avvocato o di attività ad essa connessa (Cass., n. 8835/2011, cit.).

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