DIRITTO E PREVIDENZA

Restituzione dei contributi: revirement della Corte d’Appello di Roma che si uniforma alla Cassazione

La Corte d’Appello di Roma, con la recente sentenza n. 539/2017, pubblicata il 18 aprile 2017, muta orientamento ed afferma esplicitamente la legittimità dell’introduzione dell’istituto della pensione contributiva, il quale ha – con l’approvazione del nuovo Regolamento Generale della Cassa – sostituito l’istituto della restituzione dei contributi soggettivi all’iscritto che non abbia maturato i requisiti per l’accesso a prestazioni retributive, prima previsto dall’art. 21 della legge n. 576/1980.
Peraltro, tale sentenza si discosta dalla precedente pronuncia della stessa Corte di senso contrario - sent. n. 2219/2014, che a questo punto resta isolata nel panorama giurisprudenziale - e si riallinea alla giurisprudenza di legittimità.


La sentenza in epigrafe costituisce uno snodo assai importante nella definizione giurisprudenziale della questione dell’irripetibilità dei contributi.
Giova ricordare che i primi due commi del nuovo testo dell’art. 4 del Regolamento Generale della Cassa, adottato con delibera del Comitato dei Delegati del 23.7.2004, come emendato in seguito alle osservazioni dei Ministeri vigilanti, recitano:
1. Tutti i contributi versati legittimamente alla Cassa Nazionale di Previdenza e Assistenza Forense non sono restituibili all’iscritto o ai suoi aventi causa, ad eccezione di quelli relativi ad anni di iscrizione dichiarati inefficaci ai sensi dell’art. 22, ultimo comma, della L. 576/80 (norma, quest’ultima, di fatto superata dalla novella sull’ordinamento professionale, n.d.r.).
2. Gli iscritti che abbiamo compiuto il 65° anno di età e maturato più di cinque anni ma meno di trenta di effettiva iscrizione e contribuzione alla Cassa Nazionale di Previdenza e Assistenza Forense e che non si siano avvalsi dell’istituto della totalizzazione, hanno diritto a chiedere la liquidazione di una pensione calcolata con il criterio contributivo, salvo che intendano proseguire nei versamenti dei contributi al fine di raggiungere una maggiore anzianità o maturare prestazioni di tipo retributivo.
Ebbene, se la sentenza n. 2219/2014 della stessa Corte d’Appello riteneva limitata l’autonomia regolamentare degli enti privatizzati gestori di forme obbligatorie di previdenza e assistenza, la sentenza in commento osserva invece come l’art. 1, comma 4, in combinato disposto con gli artt. 2, comma 2 e 3, comma 3, del D.Lgs. 509/94 abbiano sostanzialmente “delegificato la materia”, “anche in deroga a disposizioni precedenti” (in tal senso, Cass., Sez. Lav., sent. n. 24202/2009. Conformi: Cass., sentt. n. 13607/2012 e n. 12209/2011).

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