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Un Osservatorio di saperi con un sogno nel Programma

L’Osservatorio permanente sull’esercizio della giurisdizione è previsto dall’art. 35, comma 1, lett. r) della Legge n. 247/2012, ed è stato istituito dal Consiglio Nazionale Forense con Regolamento del 13 dicembre 2013, n. 4.
La norma prevede che, oltre alla propedeutica attività di raccolta dati, elabori “studi e proposte diretti a favorire una più efficiente amministrazione delle funzioni giurisdizionali.”.
Aderiscono e partecipano ai lavori dell’Osservatorio, articolato in Commissioni interne, numerose Istituzioni nazionali ed internazionali, nonché Rappresentanze della Magistratura Onoraria e primarie Associazioni delle categorie produttive.


L’attività fin qui svolta si è inizialmente tradotta nel divenire tramite e strumento di ottemperanza dell’Avvocatura agli oneri previsti in tema di negoziazione assistita, nonché, sempre a tale riguardo, nell’averne rappresentato, nel Convegno del 4 dicembre 2015, i contenuti culturalmente diversi rispetto alla tradizione forense. A ciò si aggiunga l’impegno profuso in materia di riorganizzazione, amministrativa e giudiziaria, dell’attuale assetto giurisdizionale, con l’essenziale contributo delle Istituzioni aderenti e con la collaborazione della Fondazione Università Ca’ Foscari. Al risultato conseguito, rappresentato dal documento rassegnato agli atti della cd. Commissione Vietti, hanno peraltro anche concorso i contributi scientificamente cospicui dell’Istat, oltre che l’appassionata partecipazione della Commissione C.N.F. “Geografia giudiziaria”.
L’esperienza così acquisita ha consentito di pervenire al progetto operativo, licenziato nel dicembre scorso dal Consiglio direttivo dell’Osservatorio, informato all’idea di ripensare il perimetro giurisdizionale alla luce dei nuovi strumenti operativi non statuali, già presenti nell’attuale assetto normativo, del ruolo non più semplicemente sussidiario della magistratura onoraria, del quadro giurisdizionale e giuridico sovranazionale di riferimento, al quale, pur nella compresenza di spinte culturalmente recessive, si è ritenuto di non dovere e potere abdicare.

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