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Equo compenso. Nulle le clausole che creano squilibrio contrattuale tra avvocati e clienti “forti”

Il disegno di legge presentato dal Ministro della Giustizia –frutto del tavolo di lavoro con il Consiglio Nazionale Forense-è finalizzato a ridare condizioni di dignità per l’avvocatura , riconoscendo il diritto di pretendere nei confronti dei c.d. clienti forti un equo compenso, proporzionato alla quantità e qualità del lavoro svolto.
Si vuole così porre rimedio alle situazioni di squilibrio esistenti nei rapporti contrattuali tra professionisti e clienti forti come, ad esempio, banche, imprese , assicurazioni, pubbliche amministrazioni, bloccando le numerose clausole vessatorie che spesso caratterizzano i contratti tra le due parti e affidano al giudice il compito di accertare la nullità di qualsiasi patto teso a garantire un compenso non equo all’avvocato e di determinare giudizialmente il compenso corretto, tenendo conto dei parametri fissati dal ministero della giustizia.


Il disegno di legge mira a tutelare , ex art. 1 , “l’equità del compenso degli avvocati iscritti all’albo nei rapporti contrattuali con soggetti diversi dai consumatori o dagli utenti di cui all’art.3, comma 1, lett.a), del decreto legislativo n.206 del 2005”.
La legge definisce l’equo compenso quale “corresponsione di un compenso proporzionale alla quantità e qualità del lavoro svolto, al contenuto, alle caratteristiche della prestazione legale , anche tenuto conto dei compensi previsti dal decreto del Ministro della Giustizia , adottato ai sensi dell’art.13-comma 6-della legge 31 dicembre 2012 n. 247.
Ad essere indicate all’art.2 del disegno di legge sono le clausole che, all’interno della convenzione stipulata tra un avvocato e uno dei clienti forti, come definiti dall’art. 1, “ determinano un successivo squilibrio contrattuale tra le parti in favore del committente prevedendo un compenso non equo”.

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