Prove dichiarative e obblighi di rinnovazione istruttoria

La Corte europea dei diritti dell’uomo ha ora applicato nei confronti dell’Italia, con la sentenza in esame, un principio di equo processo che da anni ha fatto valere in molti casi, e che nel dibattito giuridico interno ha avuto diffusione anni fa, con la ormai famosa sentenza Dan contro Moldavia.

L’assunto è semplice e noto: il giudice di appello, ove intenda ribaltare una sentenza di assoluzione, non può non rinnovare la prova dichiarativa se intende fondare il convincimento di colpevolezza su quella prova che il giudice di primo grado ha valutato in senso opposto. Può sembrare, almeno ad una prima lettura, che il principio appartenga esclusivamente al piano sovranazionale e che a fatica possa farsi strada nel nostro ordinamento processuale. Un ordinamento che conosce da molti anni un meccanismo di controllo d’appello meramente cartolare, con pienezza dei poteri decisori del giudice funzionalmente superiore, sia pure all’interno dei confini della devoluzione legata ai punti della decisione individuati dai motivi. Eppure, già con la legge cd. Pecorella del 2006, che introdusse nel sistema la regola dell’oltre ogni ragionevole dubbio come canone essenziale della decisione sul merito dell’imputazione, si avvertì l’anomalia del disegno codicistico che descrive in termini di fisiologia del controllo impugnatorio l’integrale riforma della sentenza di assoluzione di primo grado senza riapertura dell’istruzione. Allora si pensò di risolvere la questione comprimendo i poteri di appello del pubblico ministero in riguardo alla sentenza di proscioglimento, ma la Corte costituzionale demolì quella soluzione in nome del principio della parità delle parti, alterata dalla mancata limitazione contestuale – e non poteva essere altrimenti – dei poteri di appello dell’imputato nei confronti della sentenza di condanna. Il tradizionale sistema del controllo di appello era però entrato in una crisi non risolvibile con un mero ritorno al passato, e ciò non già per l’incidenza diretta della giurisprudenza della Corte europea, quanto per l’impossibilità di ritenere che il ragionevole dubbio possa dirsi superabile, a fronte di una pronuncia assolutoria di primo grado, sulla base soltanto della lettura dell’incarto processuale da parte del giudice di appello. Il salto di qualità, imposto dalla logica processuale prima ancora che dai valori convenzionali di equo processo, può essere fatto soltanto imponendo la rinnovazione probatoria, sottraendola a quella marginalizzazione a cui l’aveva consegnata anche l’attuale codice di rito recependo il principio della presunzione di completezza istruttoria del primo grado. Il giudice di appello può dunque vincere il ragionevole dubbio condannando un imputato assolto in primo grado soltanto se introduce tra la sua decisione e la precedente di assoluzione un elemento di discontinuità probatoria che, se non costituito dalla prova sopravvenuta, è dato dalla riacquisizione della prova già assunta e diversamente valutata dal giudice di prime cure.